|
La luce prima della crepa
Capitolo 1
Mercoledì 06 marzo 2024
Il pennello tremò, come se avesse urtato carne viva sotto la vernice. Seppe, senza capire come, che quello sguardo l’avrebbe guidata altrove. Avvertì che, se avesse posato di nuovo il pennello, qualcosa sarebbe cambiato per sempre. Beatriz ritrasse la mano, quasi fosse una fiamma che non brucia ma gela. Il pennello le restò tra le dita, stretto troppo forte. Era così, da sempre. Quella mattina, però, la voce era diversa: più bassa, più scura, già carica di qualcosa che non aveva cercato. Un odore metallico che restava in gola, presagio di temporale, e un’eco sottile di un incontro che avrebbe preferito non ricordare. Prima della crepa, c’era stata la luce. Ma non era la tela a tremare. Era la sua mano. Qualcosa tornava dal quadro. Italiano. Riconosceva i pigmenti, la scuola. Ma la tela parlava. Come se il quadro stesso, con la sua superficie ferita, avesse riconosciuto quella parte di lei che non si poteva restaurare. Fuori, San Paolo ribolliva. Dentro, il laboratorio era sospeso: odore di trementina, luce filtrata, il tempo che tratteneva il fiato. Lei rimase ferma. Non aveva ereditato nulla. Solo un silenzio lungo tre generazioni. Era nata fuori dai testamenti, ai margini della stirpe. Ma certe cose non si trasmettono col sangue. Il talento — come la febbre — si manifesta dove vuole. Forse era successo così anche a lei: saltata da una generazione dimenticata a una figlia bastarda del destino. Adesso, in quella stanza muta, davanti a quel volto scomposto dal tempo, lo capì: Rispondeva a un richiamo. Ogni pennellata, un ritorno. Non tutto va decifrato. Quel giorno — qualcosa parlava a lei. C’erano legami che non si potevano ricucire da lontano. Per capire chi era — o cosa l’aveva chiamata — doveva tornare là dove tutto era cominciato. L’arte glielo aveva sussurrato mille volte. A bassa voce. Da dentro ogni tela. Ma lei non poteva partire. Non ancora. C’era qualcosa che la tratteneva. Era più intima. Più feroce. Aveva provato. Ma poi — l’aveva piegata. Era successo tra mura che conosceva a memoria, tra oggetti che avrebbero dovuto proteggerla. Come la tela davanti a lei, anche lei portava crepe invisibili: da lontano sembravano assenti, ma bastava avvicinarsi perché la frattura diventasse evidente. E nel silenzio, quella cosa restava lì. In attesa. Quel giorno — qualcosa parlava a lei. Venezia. In quell’accento d’acqua, lei credette di riconoscere un richiamo che, una volta ascoltato, non l’avrebbe più lasciata andare. E non era certa di voler pagare quel prezzo. Non importa dove eri: il destino aveva già scelto Venezia.
|



